"Reportage di Viaggio" è la raccolta dei viaggi organizzati da Socchi Adriano, titolare dell'agenzia CULTURE LONTANE


Terra del Fuoco: da Ushuaia allo stretto di Magellano.

28.10.2002 21:45

Ecco, finalmente, Ushuaia!


Si corre il rischio di far della facile retorica, ma essere in procinto di atterrare su quel puntino in fondo al continente Sud Americano, trasmette sensazioni inspiegabili. Il fascino e il mistero di un viaggio attraverso la Terra del Fuoco si avvertono fin da quando, guardando la cartina geografica, ti accorgi che si tratta della terra più vicina al Polo Sud, alla fine del mondo. 

Ushuaia è sotto di noi. La vediamo dal finestrino dell’aereo e prima ancora di atterrare ne tastiamo il mito, a cominciare dall’inospitalità del suo clima. L’aereo deve atterrare in mezzo ad una tormenta di nevischio e furiose raffiche di vento. A terra, restiamo colpiti dall’odore del fumo di legna. Il sistema di riscaldamento aeroportuale è, infatti, del tipo a stufa. L’impatto con la città è traumatico. Per tutta la giornata la pioggia scende a catenelle. A parte il centro appositamente abbellito per non deludere le frotte di turisti che qui fanno obbligatoriamente tappa nel loro viaggio in capo al mondo, la città non è altro che un triste e, quando piove, fangoso agglomerato urbano.

La visita al Museo Territorial Fin del Mundo e al Presidio Militar ci risollevano il morale: nel primo ci applicano sul passaporto il timbro della "fin del mundo", ambito da tutti i viaggiatori; nel secondo apprezziamo la fedeltà con cui è stato conservato quello che era il carcere più temuto dell’epoca delle esplorazioni. Nel penitenziario erano imprigionati i delinquenti più pericolosi. La sera trascorre languida al Moustacchio restaurant tra succulenti piatti d’asado (carne) e di centolla (pesce).

Il giorno seguente, il vento, sempre forte, c’impedisce di compiere l’escursione sul canale Beagle, ma almeno ha spazzato via le cupe e gravide nubi. - Il canale prende nome dal brigantino da guerra della marina inglese che, al comando di Fitz Roy, e con Darwin a bordo, salpò da Devonport nel 1831, per raggiungere queste terre estreme. - La giornata è soleggiata. Dall’hostal del Monte, dove abbiamo pernottato, possiamo godere di una bella veduta del canale Beagle. Passeggiamo lungo il paseo del centenario. Dall’alto rimango abbagliato dai riflessi del sole, effetto specchio causato dalle centinaia di tetti di lamiera di Ushuaia che riflettono i raggi di sole. Fa’ da sfondo l’inconfondibile ed incombente sagoma del Monte Oliva, alto 1.328 metri. La montagna fu scalata per la prima volta nel 1913 da Alberto Maria De Agostini. 

Compiamo una sorta di foto-safari, immortalando, non animali, ma eloquenti cartelli. In avenida San Martin si trova un palo costituito da tante piccole frecce su cui sono riportati i nomi delle principali capitali del mondo, con la relativa distanza. "Roma 13.651 km." "Polo Sur 3.926 km". Percepiamo, più che mai, d’essere, come dice il cartello all’ingresso della città, nella Ciudad mas austral del mundo, precisamente a 54° e 46’ di latitudine sud. Il nostro singolare safari si conclude al porto con la foto al cartello: Ushuaia fin del mundo. Nei pressi un cartello stradale indica: La Quiaca 5.171. Scopriamo così che l’Argentina è lunga più di 5.000 chilometri. 

Preso possesso dell’auto, una comune VW Golf, puntiamo in direzione sud, verso Baia Lapataia, ossia il punto in cui termina la Ruta Nacional n°3, strada che attraversa idealmente tutto il continente americano. Qui fotografiamo l’ennesimo cartello: "Bahia Lapataia. Aquì finaliza la ruta nacional n°3. Buenos Aires 3.063 km. Alaska 17.848 km."

Baia Lapataia, il punto dove finisce il continente americano, la meta finale di molti viaggi, è il punto di partenza della nostra spedizione attraverso la Tierra del Fuego.

Percorreremo la Ruta Nacional 3, fino a San Sebastian, poi risaliremo l’Isla Grande, la maggiore dell’arcipelago sulla Ruta 257, fino ad arrivare allo Stretto di Magellano. La piccola impresa è già stata da noi battezzata "Trans Tierra del Fuego" - 500 km di strada, per la maggior parte sterrata, percorsi con una normale VW Golf. 

Prima di partire, scruto l’orizzonte davanti a me e contemplo il mare. Non sono mai stato così vicino al continente antartico, chissà se un giorno… Il vento si è fatto forte, odo sempre più i suoi sibili, interrompo l’incanto antartico e pregusto il sogno attuale: la Tierra del Fuego. Penso al Passo Garibaldi e alla Ruta 257 i due principali ostacoli da superare. Confido nel bel tempo… ma è ora di partire.

Il Parque Nacional Tierra del Fuego è cosparso di fitte foreste di faggi. Il bosco, a prima vista, sembra un ambiente trascurato, indifeso, forse per via dei molti alberi morti e dei tanti tronchi spezzati, invece è pieno di misteri. Pare di addentrarsi nei meandri scoloriti e logori del tempo, ma in realtà è un bosco meravigliosamente ricco di sfumature, di verdi e di marrone. Il cielo quasi non si scorge e i raggi del sole creano strani giochi di luce. Le barbe fluenti degli alberi suggeriscono segreti. Qua e là, si vedono ovunque cauquén, le grosse oche australi: bianchi i maschi, marrone le femmine.

Una breve deviazione ci porta alla stazione ferroviaria più australe del mondo, in origine fu costruita per il taglio e il trasporto del legname. Oggi il treno viaggia soltanto più per fini turistici. Alla modica velocità di 20 km l’ora porta i visitatori all’interno del parco.

Continuo ad avere per la testa il passo Garibaldi, che non è Giuseppe, ma Louis, il meticcio artefice della sua costruzione viaria. Ripassando da Ushuaia, scorgiamo il Monte Oliva, la bussola meteorologica della città, coperto dalle nuvole. Brutto segno! Infatti, inizia a piovere. Avverto un presagio, la sensazione che sul passo possa nevicare. Presto la strada asfaltata termina, ma la sterrata è ottima. Man mano che saliamo di quota la pioggia si trasforma in neve, proprio come avevo temuto. Proviamo sulla nostra pelle l’imprevedibilità del tempo, di queste terre australi quando, superato l’ennesimo tornante, come per incanto usciamo dalle nubi e dalla precipitazione nevosa che ci avvolgevano. Davanti a noi, il sole brilla radioso, in quella parte di cielo sgombera da nuvole, giungiamo così in cima al temuto passo che quota 430 metri s.l.m., senza neppure accorgercene. Dal passo si apre una meravigliosa vista sul lago Fagnano, di un blu intenso, quasi irreale. Ammirando il panorama scarico la tensione accumulata durante la salita per una preoccupazione, rivelatasi, con il senno di poi, eccessiva. Mi sento in armonia con il paesaggio circostante. Osservo le nuvole correre veloci in cielo. I cambiamenti di colore, azzurri e grigi, tra impalpabili cumuli di nebbia e squarci d’aria tersa, sono altrettanto rapidi. Il cielo cambia continuamente aspetto.

Nella zona meridionale dell’Isla Grande riconosco fedelmente la Tierra del Fuego raccontata da Darwin: < la terra del Fuoco si può descrivere come un paese montuoso sommerso in parte dal mare. Profondi seni e baie occupano il posto dove dovrebbero esserci le valli > Strada facendo le caratteristiche cambiano. Via, via, che risaliamo verso nord le montagne e gli alberi lasciano il posto alla prateria. Siamo nella zona chiamata "vega" costituita da umidi pascoli attraversati da piccoli torrenti. Gli incontri con persone e auto, lungo la strada per Rio Grande, sono tanto eccezionali che la città, dopo così tanta solitudine, ci pare una metropoli, neanche a dirlo spazzata da un forte vento. Rio Grande è anonima e si può ben definire una città di passaggio, tuttavia colpiscono i colori vivi delle case, delle giostre e persino dei bidoni delle immondizie, un modo come un altro per rendere un po’ più calda e vivibile la città durante il grigiore dei tanti giorni di cattivo tempo. 

Il giorno seguente sul tragitto per la frontiera visitiamo la missione salesiana della Candelaria. Il cielo è limpido, la giornata tersa, il vento soffia più forte e freddo che mai, tanto da impedirci, quasi, di chiudere le porte dell’auto. All’interno dell’abitacolo la polvere è dappertutto!

La missione fu fondata per ricevere gli indigeni Ona. A questo punto diventa inevitabile fare almeno un accenno storico. Intorno alla metà del diciannovesimo secolo si credeva che nella lontana Tierra del Fuego abitasse il popolo più diverso, sconosciuto, pericoloso e selvaggio della terra. La missione dei padri francescani, evangelici o salesiani che fossero era semplice: arrivare in questo luogo sperduto, dove gli indigeni non avevano mai avuto contatto con nessun popolo, per civilizzarli e attraverso la parola di Dio salvare le loro anime! 

L’estinzione, o meglio cancellazione, degli abitanti autoctoni ha ormai snaturato i luoghi che si schiudono davanti a me. Nel breve tratto percorso, fino ad ora, mi si rivela l’enorme paradosso. Credevo di essere in un mondo ancora uguale a quello dei primi esploratori giunti quaggiù, ma non è così. I fuegini non esistono più! Le estancia sono soltanto più poche! Avverto fortemente la mancanza del contatto che avevo sentito con i campesiños delle Ande, in altre zone del Sud America. 

Attraversato il posto di frontiera tra Argentina e Cile, a San Sebastian, imbocchiamo la ruta 257. La strada, come indicato dalla guida, è particolarmente brutta, tanto da non potersi definire neanche una sterrata, ma una pista di fango, resa tale dalla pioggia battente di qualche ora prima. La nostra auto è quasi interamente ricoperta dal fango tanto da sembrare una macchina da rally. L’andatura in alcuni tratti supera a stento i 15 km l’ora e rimpiangiamo di non aver affittato un fuoristrada. Lungo il tragitto incontriamo spesso mezzi impegnati a sistemare la rete stradale, strenuamente all’opera fin dalla fine dell’inverno.

Una ventina di chilometri prima del comune di Primera Angostura, la via ritorna improvvisamente asfaltata, poi s’arresta, letteralmente, contro la costa. Siamo sullo Stretto di Magellano! L’attraversata dell’Isola Grande, della Terra del Fuoco, è compiuta. Un traghetto che fa’ spola tra le due rive ci porterà a Punta Delgada, in Patagonia.

Il fascino della Terra del Fuoco è quello di essere una zona selvaggia, impervia, completamente naturale, senza, quasi nessuna traccia dell’intervento umano, nonostante tutto questo non si può definire bella! Come scrisse, ancora una volta, Charles Darwin < la Terra del Fuoco è solo triste solitudine. Regno quasi assoluto della morte più che della vita.>, vero, ma aggiungiamo noi, è anche uno degli ultimi luoghi sulla terra capaci di regalare ancora una vera avventura di viaggio.

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